Medici e lavoro, i dati sull’occupazione fanno discutere

Medici e lavoro, i dati sull’occupazione fanno discutere
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Rassegna Stampa


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Medici e lavoro, i dati sull’occupazione fanno discutere

08/07/2015


A tracciare un quadro della situazione occupazionale dei medici, come delle altre professioni, è stato, recentemente, il Rapporto Almalaurea 2015, presentato a metà giugno, e a guardare lo scenario la situazione non viene dipinta così male: rispetto alla condizione occupazionale a un anno dalla laurea i medici lavorano per un 40,6% e il tasso di occupazione a cinque anni è del 97%, con uno 0,9% di disoccupazione. Una realtà però che cozza con quanto denunciano i giovani medici, che riportano invece un quadro di precariato, sottoccupazione e disoccupazione. Perché questa discrepanza? «Occorre potenziare il confronto tra Enpam, Fnomceo e sindacati» spiega Domenico Montemurro, Responsabile Nazionale Anaao Giovani. «Se indagini come quella di Almalaurea riescono a tracciare un quadro per molte professioni, risultano poco mirate rispetto ai medici – il cui percorso ha caratteristiche proprie – non riuscendo per esempio a differenziare, in maniera immediatamente chiara, il periodo della specialità dall’attività lavorativa vera e propria. Per far emergere le problematiche, occorrerebbe capire che cosa succede prima della specialità, ma soprattutto allargare l’indagine oltre i cinque anni dalla laurea e andare a vedere com’è la situazione dopo il periodo della specialità, anche tra medici di 34-35 anni. E, in generale, sarebbe necessario entrare nel merito dell’attività svolta, in termini di tipologia di lavoro – anche per capire se si tratta di attività professionalizzante e se il lavoro è inerente al percorso scelto – stabilità dell’occupazione, situazione contrattuale, datore di lavoro (pubblico, privato, casa di cura e così via). Solo da una collaborazione con Ordini, rappresentanze mediche e università si potrebbe riuscire a tracciare un quadro il più possibile rispondente alla situazione: avere dati attendibili è di fondamentale importanza perché costituisce la base, anche per i decisori, di politiche sanitarie e programmazione». Una posizione condivisa anche da Giuliana Arciello, segretario nazionale Fimmg formazione: «Mi è capitato di essere contattata per partecipare a un’indagine ed è con grande preoccupazione che rilevo che il Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale non è nemmeno contemplato: rientra nella categoria altro, come se tale percorso non fosse una delle principali alternative post laurea della formazione, e questo è segno che manca una presa di consapevolezza e una valorizzazione della realtà del territorio». Valorizzazione che è particolarmente auspicabile anche perché, sottolinea Arciello, «la medicina generale sarà uno dei bacini più promettente in termini di fabbisogno di medici». Ancora di più se si tiene conto di un fenomeno: «i contratti di formazione in Mg potrebbero (e dovrebbero) essere implementati ma questo non accade da diversi anni e, dall’altra parte, ci sono i corsisti che rinunciano, spesso per accedere al contratto di specialità, che è più proficuo, con un ulteriore aggravio del deficit di medici in medicina generale in futuro». E anche sul fronte occupazionale della Mg le rilevazioni non colgono la situazione: «Tra il conseguimento del Diploma di Formazione Specifica in Medicina Generale fino all’accesso alla titolarità di Continuità assistenziale e assistenza primaria c’è un lasso di tempo molto lungo, che purtroppo varia anche in base alle regioni, che non viene tracciato: si va da una situazione come quella della Lombardia o del Piemonte, che ha una media di circa due anni di attesa dal termine del corso di formazione, a regioni come la Campania, il Lazio dove l’attesa è di circa 7-8 anni. Se mancano dati su questa fase non è possibile mettere in luce le condizioni di precarietà in cui versano i futuri Mmg, che hanno, come unica possibilità, fino all’accesso alla convenzione, quella di fare sostituzioni negli studi di Mg o nella Continuità assistenziale: poche e, in particolare per quanto riguarda la CA, rese ancora più difficoltose, in alcune regioni, come in Campania e Lazio, dal problema della pletora». E la carenza di dati riguarda anche fonti istituzionali: se rapporti sul personale sanitario, per quanto riguarda le strutture , ci sono, «sembrano dimenticarsi dei precari atipici» continua Montemurro. «Non emergono nei conti della Ragioneria dello Stato, nei dati sulla trasparenza delle singole aziende sanitarie, e nemmeno nel rapporto del ministero della Salute sul personale sanitario, che, all’interno delle categorie flessibili, coglie solo il tempo determinato, lasciando fuori tutti i precari atipici, quelli che sono di fatto senza tutele. Se si riesce a rilevare, in maniera diretta (Fonte: Conto annuale del tesoro 2013), i medici con contratto a tempo determinato, che risponde al Contratto collettivo nazionale del lavoro (CCNL), che sono circa 8.000, come Anaao, siamo riusciti a fare una stima, solo in maniera indiretta, dei precari atipici e abbiamo rilevato circa 7.000 medici in questa situazione. E poi ci sono i disoccupati». Cioè? «Al concorso di specializzazione per l’anno 2014-2015, che si terrà a fine mese, ci aspettiamo 15mila partecipanti, per poco più di 6.400 contratti di formazione specialistica. Pur considerando i medici che migreranno verso la medicina generale, questo dato si traduce di fatto in altri 8-9000 medici che saranno sottoccupati o disoccupati. E, come dicevo, le cose non migliorano certo per chi esce dalle specialità, dove si scontano politiche di blocco del turn over, precarizzazione, e così via». Le conseguenze? «Fuga all’estero, retribuzioni basse, medici che per arrivare a uno stipendio dignitoso alla fine del mese fanno di tutto di più, lavori deprofessionalizzanti». Per di più, continua Montemurro, «al quadro si devono aggiungere i ricorsi. Lo abbiamo visto con le recenti sentenze del Tar e del Consiglio di stato sulla formazione pre e post laurea: i ricorsi iniziano a essere vinti e questo apre una breccia per nuovi casi, con il rischio di far saltare, ulteriormente, la programmazione. Dal 2013 a oggi ci sono tra i 7 e i 9000 ricorrenti in sovrannumero, alcuni già entrati, altri in attesa. Il problema, come dicevo, è che non ci sono sbocchi. Lo ripeto: la rilevazione dei dati è importante», ma in generale, «è tutto il sistema formativo e di programmazione che va rivisto». E i ricorsi – «recentemente accettati dal Consiglio di Stato in via cautelare» dice Arciello – pesano anche sulla situazione dei Mmg come anche «i colleghi soprannumerari (Iscritti al Corso di Laurea in Medicina prima del 91). Su entrambe le questioni abbiamo mandato diverse lettere al ministero della Salute: innanzitutto abbiamo chiesto di rendere più stringente il bando in modo da evitare i ricorsi e, in generale, sarebbe auspicabile l’accesso di tutti i medici al Corso di Formazione Specifica tramite concorso oppure, temporaneamente, definire una quota percentuale massima di aventi diritto all’accesso in soprannumero per legge, come attualmente stabilito in alcuni bandi regionali». E per la Mg un’altra nota dolente riguarda la situazione economica: «altro che uno stipendio medio di 1400 euro: la borsa di studio è di circa 11.600 euro l’anno, con tasse, assicurazione, Enpam a nostro carico, oltre, come si diceva, all’impossibilità di accedere ad attività professionalizzanti extra durante l’iter formativo e fino all’accesso in convenzione».

Francesca Giani

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